Per proteggere l'acqua meglio prevenire
Quello che noi consideriamo "progresso" determina una costante pressione sull'ambiente che si ripercuote inevitabilmente, seppur per strade diverse, sul dominio dell'acqua. Si può senz'altro affermare che sul nostro pianeta nessun corpo idrico è al riparo da quell'insidia che si chiama inquinamento.
Purtroppo la quantità dell'acqua "buona", quella allo stato primitivo, si riduce progressivamente per molteplici cause naturali e non, e le acque minerali da destinare all'imbottigliamento come le acque distribuite attraverso le reti degli acquedotti, sono sottoposte a questo rischio.
Per difendersi da tale insidia, non c'è che un mezzo: la prevenzione. Se fino ad un recente passato l'obiettivo principale da perseguire per le acque minerali è stato lo sviluppo, oggi è necessario spostare la maggior parte dell'attenzione sulla tutela del bene disponibile. Le scelte necessarie riguardano sia le componenti ambientali che quelle tecnologiche.
La protezione dell'acqua inizia dalla tutela del bacino imbrifero, comprese le risorse naturali in esso presenti. In particolare la zona di alimentazione del corpo acquifero, il sito in cui ricade l'opera di captazione, la presa o la sorgente dovranno essere salvaguardate da ogni possibile fonte di potenziale inquinamento.
Nella zona di pertinenza della captazione potranno essere applicate le uniche norme disponibili per l'Italia a protezione della qualità dei corpi acquiferi e cioè il DPR 236/88 che stabilisce i criteri guida per definire le "zone" di salvaguardia, suddivise peraltro in zone di tutela assoluta, zone di rispetto e zone di protezione. Per ciascun tipo di captazione dovranno essere identificate le caratteristiche fisiche dell'ambito in cui si trova al fine di definire le superfici da vincolare per la protezione dei corpi idrici sottostanti. Su queste superfici non si potranno esercitare attività o insediare infrastrutture che potrebbero, direttamente o indirettamente, arrecare pregiudizio alla qualità del ciclo dell'acqua.
Nel definire le compatibilità è bene non sottovalutare il termine temporale, in quanto ciò che attualmente è ritenuto idoneo, potrebbe degenerare o produrre effetti indesiderati, magari a distanza di decenni. A titolo di esempio anche la posa di condotte, cavi, tubazioni varie potrebbero nel tempo incrementare la possibilità di scambio tra superficie e sottosuolo, innestando dinamiche d'infiltrazione difficilmente controllabili. Se salvaguardare quanto più possibile la naturalità del bacino di pertinenza può rappresentare spesso un obiettivo solo potenzialmente perseguibile, una concreta tutela si ottiene adottando idonei criteri a livello di interventi tecnologici.
L'opera di captazione deve possedere i requisiti di un presidio sanitario, non lasciando alcun margine alla precarietà o al pressappochismo fin dalla sua progettazione. L'impiego dei materiali idonei, delle corrette modalità di prelievo evitano il rischio di compromettere le caratteristiche quantitative e qualitative dell'acquifero di interesse. Dal momento in cui l'acqua esce dalle viscere della terra non dovrebbe mai venire a contatto con l'ambiente esterno fino alla fase finale del confezionamento. La questione del prelievo è particolarmente delicata perché da questa dipende la produttività economica del giacimento: ma in nessun modo possono essere intaccate le riserve. Limitare le quantità di prelievo può contribuire in modo notevole a preservare a lungo il giacimento. Il conoscere qual è il reale bacino d'alimentazione, il tempo di soggiorno, il tempo di transito che caratterizzano il ciclo naturale che l'acqua compie prima di arrivare al contenitore artificiale, rappresenta la base essenziale per attuare una corretta tutela dell'acqua.