L'altalena produttiva

Non è facile reperire dei dati sulla produzione e sulla superficie dedicata alla risaia nel corso dei secoli anche per le alterne vicissitudini di questa amata o vituperata coltura. Nel 1700 risultano coltivati 20.000 ettari; nel Piemonte di Amedeo II, nel 1710, il 9% del territorio di pianura è coltivato a riso. Durante l'occupazione napoleonica risulterebbero coltivati 40.000 ha fra Santhià, Vercelli e Biella e 120.000 ha in tutta Italia mentre nel 1860 solo in provincia di Vercelli sarebbero coltivati a riso 30.000 ettari. Il vero boom si ha solo dopo lo scavo del canale Cavour (1866), quando l'ettarato sale a quota 230.000 e il riso italiano diventa un prodotto d'esportazione, molto richiesto da francesi, svizzeri, tedeschi e austriaci. Con l'apertura del canale di Suez (1869) inizia però una grave crisi per l'importazione a basso costo, cui segue una contrazione delle coltivazioni nostrane fino ai 164.000 ha del 1893. In quel momento il riso italiano potrebbe scomparire: viene salvato dall'emanazione di norme doganali protezionistiche e, poco dopo, dall'esplosione della prima guerra mondiale, che fa impennare la domanda di derrate alimentari. Non che da quel momento le cose si facciano semplicissime: oltre all'insidia dell'importazione straniera in quegli anni si ha un incremento di malattie e una diminuzione della fertilità nelle specie coltivate ormai da lunghissimo tempo. All'inizio dell'800 vengono introdotte in Italia nuove varietà, come le 43 di Chinese, proveniente dalle Filippine, inviate a Torino nel 1839 da un missionario in Cina, tale padre Calleri. Questo riso si diffonde rapidamente soppiantando le altre varietà, che pure erano chiamate "cinesi". Ad accrescere la confusione terminologica vi è l'importazione (1844), via Trieste di un altro Chinese proveniente dall'America e nel 1892 di un terzo Cinese, sempre proveniente dalla Carolina del Sud. Si inizia a mettere un po' di ordine solo con la creazione dei costitutori delle varietà di riso: il primo selezionatore è Ranghino di Vercelli che nel 1887 seleziona quella che porta il suo nome. Con la creazione dell'Istituto sperimentale di Vercelli nel 1908 si inizia la selezione e l'ibridazione su vasta scala e nell'anno successivo si iniziano le sperimentazioni di trapianto del riso in Lomellina. Dopo la prima guerra mondiale, tuttavia, si abbatte sulla risaia una crisi dovuta alla sovraproduzione e alla concorrenza asiatica. I raccolti restano in buona parte invenduti e non si vedono speranze di ripresa. Nel 1931 nasce per questo l'Ente Nazionale Risi che con una politica di difesa dei prezzi alla produzione, premi all'esportazione, costituzione di magazzini ed essicatoi consente la ripresa della risicoltura nostrana che anzi inizia a progredire in produttività e in qualità. In quegli anni, i risi coltivati in Italia sono fra i precoci il Bertone, il Maratelli e l'Agostano; di stagione è il Vialone, l'Americano 1.600, il Chinese originario ed il Mantova; fra i tardivi troviamo il Roma e il Bologna. La produzione italiana che era stata di quattro milioni di quintali nel 1915 sale allora a sette milioni nel '35 sempre su una superficie coltivata di 130-140 mila ettari.