I segreti dello chef
Con il riso, ha un rapporto "umano".
Claudio Zaretti, chef di prestigio e Cavaliere Ufficiale
della Repubblica, è convinto che preparare un buon risotto
significhi «essere attenti alla cottura, perché il riso
"vuole" che tu sia lì ad assisterlo, a vederlo crescere, da
piccolo chicco a prelibato piatto». Lo senti parlare di
tecniche di cottura e di segreti di realizzazione e capisci
che, come chef del Savini e dei migliori ristoranti
italiani, di esperienza ne ha davvero molta. Tuttavia, a
colpire di questo Cavaliere della Repubblica, che per la sua
arte in cucina ha ottenuto il maggiore riconoscimento
nazionale, è la passione, prima della sua ovvia competenza.
Quell'atteggiamento quasi spirituale per cui, quando parla
di riso, non puoi non immaginarti piatti fumanti e colorati,
mantecati con cura e dal sapore esaltante. Perché Claudio
Zaretti è così: poeta del gusto. E filosofo del risotto. Lo
abbiamo intervistato per "svelare" i suoi segreti: eccoti le
nostre domande e le sue risposte.
Il
risotto è un piatto difficile?
«Più che difficile, necessita di
attenzione e di cura. Soprattutto, per preparare un ottimo
risotto occorrono tempi e modi ben precisi».
Qual'è
il tempo di cottura giusto?
«Il riso non ha una cottura standard; i
tempi, infatti, variano da qualità a qualità: ad esempio,
c'è differenza se utilizziamo un Carnaroli o un Sant'Andrea,
entrambi impiegati per il risotto. E poi, la stessa varietà
ha tempi diversi di cottura a seconda dell'utilizzo, se cioè
viene cucinata per preparare un risotto o piuttosto per
un'insalata».
Cosa
serve per cucinarlo?
«Prima di tutto, occorre una
casseruola, che sia adeguata in altezza e in larghezza. Un
po' di tempo fa la si voleva di rame; oggi, in realtà, non è
poi così necessaria la composizione quanto, appunto, la
dimensione».
Basta
una casseruola?
«No, assolutamente. Un accorgimento
altrettanto importante riguarda il gas; la fiamma, che può
essere anche molto viva all'inizio della cottura, deve poi
essere regolata secondo i tempi di realizzazione».
Meglio
mescolare il risotto o no?
«Il riso va rimestato, sicuramente.
Soprattutto all'inizio, è indispensabile mescolarlo per
unire l'amido che viene rilasciato e che, altrimenti, si
depositerebbe facendo attaccare il riso al fondo della
pentola».
È
importante tostare il riso?
«Sì, questa è un'operazione
importantissima. Appena realizzato il soffritto e prima di
coprire il riso con brodo bollente, i chicchi vanno
leggermente tostati perché soltanto così essi prendono
subito il bollore».
Come
facciamo a "sgranare" i chicchi?
«Prima di tutto, mescolare il riso in
continuazione. E poi bagnarlo poco alla volta, senza mettere
dall'inizio tutta la quantità di brodo. È indispensabile
anche individuare i giusti tempi di cottura, che di solito
varia dai 15 ai 18 minuti, e poi mantecarlo opportunamente a
fuoco spento».
Il vero
chef assaggia il riso?
«Gli chef, o comunque le persone un po'
più esperte, sono in grado di capire se il riso è pronto
semplicemente dalla forma e dal colore del chicco. Ma,
indubbiamente, il metodo dell'assaggio rimane il più comune
e anche il più utilizzato».
Il
fuoco va spento quando il riso è ben cotto?
«No, leggermente prima. E questo perché
durante la mantecatura, che avviene a fuoco spento e che
consiste nell'amalgamare il burro e i formaggi, in parte la
cottura continua».
Cos'è
il risotto all'onda?
«È il risultato migliore della
mantecatura; quando, cioè, il riso non è liquido ma non è
neppure duro. Rimane morbido, come un'onda, appunto».
Come si
serve il risotto?
«In piatti caldi, con l'apposito
cucchiaione: è questo il modo giusto per assaporare appieno
il suo gusto».
Quale
varietà va meglio per il risotto?
«Non c'è un'unica varietà di riso che
può essere utilizzata. La scelta dipende dalle necessità e
dalle esigenze della cucina. In generale, però, il Carnaroli
è il principe del risotto. Questa varietà, come anche il
Roma e il Balbo in parte, tiene molto bene la cottura,
rimane ben sgranata e può essere servita anche qualche
minuto dopo perchè non si attacca. Al contrario, il
Sant'Andrea ha chicchi più piccoli e una minore tenuta di
cottura, ma è ugualmente utilizzato per il risotto, come il
Vialone o il Maratelli».
Quali
ingredienti si "sposano" meglio con il riso?
«Penso che il riso possa essere
utilizzato, e con successo, in un'unione molto ampia di
prodotti: penso agli asparagi o ai carciofi, ai funghi, al
pesce e alla svariata gamma di formaggi. Il segreto, secondo
me, è quello di trovare il giusto equilibrio delle
componenti, affinché non ci sia un ingrediente predominante
che copra il gusto dell'altro. Ciò che invece mi sembra una
moda, piuttosto che una ricetta, sono gli abbinamenti con la
frutta, come il risotto alla fragole; non penso che, in
realtà, questi piatti soddisfino il cliente, piuttosto
possono essere un capriccio».
Cosa
rende speciali i suoi risotti?
«Posso darvi un consiglio, che poi è
soprattutto personale: non mi piace quando il gusto di un
ingrediente predomina troppo. Così, pur essendo
indispensabile per il risotto la cipolla, il piatto non
risulta buono se il soffritto non è fatto ad arte. Io, per
esempio, dopo il soffritto, passo l'olio o il burro fuso in
un colino, proprio per lasciare il gusto ma togliere la
cipolla».
E cosa
può rendere speciali i nostri?
«Fuoco, casseruola e varietà di riso
giuste. E poi tanta passione, perché il riso vuole che tu
stia lì a vederlo cuocere, che sia presente e lo assista
mentre "cresce". Come un figlio».