Celebrazione eucaristica

La Celebrazione Eucaristica o Messa è il rito della Chiesa cattolica, delle chiese Anglicane di tradizione anglo-cattolica e di alcune chiese Luterane in cui si celebra l' Eucaristia.

Nella Chiesa cattolica è costituita da due parti, la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto. Nella Messa viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono istruzione e ristoro. Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che concludono la celebrazione.

I riti introduttivi

I riti che precedono la Liturgia della Parola, cioè l'introito, il saluto, l'atto penitenziale, il Kyrie eleison[1], il Gloria[2] e l'orazione (o colletta)[3], hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione. Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l'Eucaristia.

La liturgia della Parola

Nella Liturgia della Parola, Dio parla al suo popolo per mezzo del suo Figlio, Cristo, Parola vivente. Essa è costituita da brani tratti dalla Sacra Scrittura, dall'omelia del celebrante e dalla preghiera dei fedeli. Nelle due letture bibliche (una, nei giorni feriali) e nel salmo Dio parla al popolo, nell'omelia[4] il celebrante spiega ed attualizza la Parola, nella preghiera dei fedeli tale Parola si converte in invocazioni dei figli di Dio

La Liturgia Eucaristica

La presentazione dei doni (offertorio)

Con la presentazione dei doni si entra nella Liturgia eucaristica. Nella narrazione biblica, vediamo che Gesù "prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati»". (Mt26,26-28).

La liturgia eucaristica sviluppa queste azioni di Gesù in tre momenti: la presentazione del pane e del vino come doni, la preghiera eucaristica e la comunione[5].

Lo stesso posizionamento sull'altare del pane e del vino è un gesto simbolico : esprime il dono e la partecipazione dell'assemblea dei fedeli nella presentazione del pane–cibo quotidiano, e del vino-bevanda della festa. Il sacerdote a nome del popolo benedice Dio per questi alimenti fondamentali: "Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna", "Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino, frutto della vite e del lavoro dell'uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi bevanda di salvezza" (Preghiera alla presentazione dei doni).

Proprio per la loro provenienza, questi alimenti significano il radicamento del culto cristiano nella natura (per l'origine) e nella storia (per il lavoro umano).

Tutte le preghiere eucaristiche in uso configurano una unica azione eucaristica-sacrificale, espressa in parole, gesti e preghiere dal sacerdote; l'assemblea è invitata ad unirsi all'azione del celebrante, in quanto egli dice: "Rendiamo grazie al Signore nostro Dio"; "È cosa buona e giusta" ed attende che essa ratifichi la propria preghiera con l' Amen[6].

La preghiera eucaristica

Essenzialmente, la preghiera eucaristica è così costituita: il prefazio[7] di rendimento di grazie, che si eleva a Dio Padre per l'azione salvifica compiuta dal Figlio, trova conclusione nel canto del "Santo"; con l' epiclesi[8] si ha l'invocazione dello Spirito Santo, affinché il pane e il vino "diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo, nostro Signore" (Preghiera eucaristica II); segue il racconto della Cena, nel quale sono ripetute le parole che Gesù disse ai suoi discepoli riuniti la sera "prima di morire per noi sulla croce"; il celebrante ora esclama: "Mistero della fede", cui il popolo risponde con l'acclamazione del ricordo della morte e della risurrezione di Gesù, dopodiché la sua preghiera riprende con il memoriale della risurrezione dai morti del Cristo Crocifisso, l'offerta dei doni consacrati a Dio Padre, l'invocazione dello Spirito sui comunicandi, le intercessioni in favore della Chiesa, del papa e del vescovo[9] della comunità locale, il ricordo di tutti i defunti e la richiesta di "aver parte alla vita eterna, insieme con la beata Maria, Vergine e madre di Dio, con gli apostoli e tutti i santi": termina con la dossologia[10], "per Cristo, con Cristo ed in Cristo", a "Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli", cui l'assemblea si unisce con l' Amen, conclusivo.

I riti di Comunione

I riti di comunione hanno inizio con la recita o il canto della preghiera del Signore, il Padre nostro[11]. La sua proclamazione è introdotta da una formula, quasi un "prologo", pronunciata dal sacerdote, che richiama l'importanza di questa preghiera, invita a proferirla con devozione, ricorda che è stata istituita dal Signore stesso. Dopo l'embolismo[12], che spetta al celebrante, l'assemblea conclude con la dossologia finale: "Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli".

Subito dopo, nel rito romano, lo scambio di un segno di pace fra i celebranti e spesso fra tutti, anche nell'assemblea, trova posto l'invocazione dell'Agnus Dei: "Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace". Questa invocazione ha una forte dimensione eucaristica, perché pronunciata durante i riti della frazione del pane (visibile a tutti) e dell'immistione (una piccola porzione dell'ostia viene posta nel calice: le specie eucaristiche, prima separate, sono ora unite, a significare l'integra presenza di Cristo in esse) e perché riprende il cibarsi dell'agnello nella cena pasquale ebraica accostandolo alla vera cena dell'Agnello, la comunione eucaristica.

Dopo una breve preghiera privata, l'ostensione[13] del pane-corpo di Cristo, e un atto di umiltà, i fedeli si avviano all'altare, solitamente cantando in raccoglimento, ove ricevono (sulla lingua o sul palmo della mano, per propria scelta) il Corpo di Cristo, cibandosene. In circostanze particolari anche i fedeli possono bere al calice, presentato con la formula "il Sangue di Cristo", ma sussistono difficoltà che ne riducono la pratica, spesso limitandola a Messe celebrate in piccole comunità di preghiera. La comunione al sangue di Cristo può però avvenire anche per intinzione: l'ostia è immersa dal ministro della comunione nel calice del vino eucaristico e ricevuta dal fedele solo in bocca. Altre modalità per ricevere il Sangue di Cristo sono con la cannuccia o con il cucchiaino, ammessi solo in casi particolari con l'autorizzazione del Vescovo diocesano.

I riti di Conclusione

Nei riti di conclusione il sacerdote, benedice il popolo: se presiede un vescovo la benedizione ha inizio con le parole "Sia benedetto il Nome del Signore" e "Il nostro aiuto é nel nome del Signore", cui l'assemblea risponde opportunamente; quindi il diacono[14] o lo stesso celebrante congeda l'assemblea che esce dalla chiesa per esprimere nella vita il sacramento ricevuto.

N.d.A.:

[1] Il Kyrie Eleison è un'invocazione della Messa cattolica. Nel rito tridentino veniva pronunciato al momento dell'atto penitenziale; nel rito ambrosiano viene detto ancora oggi, all'atto penitenziale e ripetuto tre volte al termine della Messa, prima della benedizione finale. L'espressione è greca (Κύριε eλέησον), e significa letteralmente Signore, abbi pietà. Vi sono espressioni simili in alcuni salmi e all'interno dei Vangeli: la più antica testimonianza di uso liturgico cristiano risale al IV secolo nella chiesa di Gerusalemme, e al V secolo nella messa di rito romano, come preghiera litanica e risposta a determinate invocazioni. Il Kyrie, come viene generalmente abbreviato, fa anche parte delle messe cantate, essendone il primo brano.

[2] La locuzione latina Gloria in excelsis Deo significa gloria a Dio nel più alto dei cieli. La frase è l'acclamazione degli angeli al presentarsi ai pastori per annunziare loro la nascita del Redentore (Lc 2,14). Indica anche l'inno usato nel Rito latino della Messa tra l'Atto penitenziale e l'orazione colletta. Come è comune nella Chiesa cattolica l'incipit dà il nome alla composizione. È un testo che, contrariamente a quanto può far pensare il carattere natalizio delle prime parole, è di carattere pasquale. È una lode a Cristo, acclamato come Signore, Agnello di Dio, Figlio del Padre, Santo. Cristo è invocato perché abbia misericordia del suo popolo. Viene recitato o cantato nelle domeniche, nelle feste e nelle solennità. Viene però omesso in due momenti dell'anno liturgico:

Non viene usato nelle liturgie delle chiese orientali.

[3] La colletta (super populum collectum) è la preghiera che precede la prima lettura. Il suo sviluppo nasce dal ricordo di qualche azione compiuta da Dio per il suo popolo o da qualche sua caratteristica, e in essa si chiede a Dio di continuare la sua opera. La conclusione della colletta è la formula trinitaria, ossia lunga "Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli", o formule simili.

[4] L'omelia dal latino homilia, dal greco homilein (homilein conversare, intrattenere) è il momento durante la celebrazione liturgica nel quale un celebrante, sacerdote[17] o diacono, si rivolge direttamente ai fedeli in maniera non ritualizzata, per commentare le letture del giorno. Nella liturgia greca indica l'esposizione e il commento di passi delle Sacre Scritture, specialmente del Vangelo della messa del giorno, ma estesi anche alle altre letture della messa, come parte integrante della liturgia della parola. È obbligatoria la Domenica e nelle feste di precetto.

[5] La comunione è nel suo significato originario e fondante l'armonia che c'è tra due o più persone. La parola viene dal latino communio, che corrisponde al greco koinonìa (κοινωνία). L'etimologia della parola la fa risalire a "con-unione", cioè unione di più persone. Nel Nuovo Testamento la comunione è un segno distintivo dei cristiani, ed è un frutto del dono dello Spirito Santo: La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (2 Cor 13,13). La comunione che c'è tra i cristiani ha la sua radice nella comunione di questi con Dio in Cristo: Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo (1 Gv 1,3; vedi anche 1,7).

[6] Amen è una parola ebraica: in ebraico tiberiano si scrive אמן (’Āmēn), in ebraico standard אמן (Amen), in arabo آمين (’Āmīn): è una dichiarazione o affermazione che si trova nell'ebraico biblico e nel Corano. È sempre stata usata nel giudaismo, e da lì è stata adottata nella liturgia cristiana come formula conclusiva per preghiere e inni. L'avverbio ebraico אמן ámén significa soprattutto "certamente", "in verità". Etimologicamente è connesso con il verbo אמן ámán, che significa (in forma base, cioè qal) "educare". Importanti sono però i significati derivati: nel nifal significa "esser certo, sicuro", "esser veritiero, vero", per cui anche "resistere", nella forma di hifil credere. Il sostantivo derivato אמת emet significa "ciò che è stabile e fermo", quindi "verità". In questo senso appare per esempio nel Nuovo testamento, quando Gesù enuncia principi fondamentali, che introduce con questa parola "amen": "Amen, amen, dico a voi" - con il significato: "In verità vi dico", "Ciò che dico, è vero e certo". Nell'Islam è la chiosa della prima sura del Corano detta al-Fatiha ("colei, che apre"). Nella liturgia cristiana è usata come risposta dell'assemblea alla fine delle preghiere liturgiche: ha il significato di esprimere l'assentimento per ciò che si è detto e per augurio che la preghiera sia esaudita. Il suo significato si lega al concetto di affidamento. Può essere tradotta "così è", "così sia", "in verità".

[7] Il prefazio è la prima parte della Preghiera Eucaristica della Messa cattolica. È una preghiera in stile solenne, che il sacerdote che presiede l'Eucaristia recita o canta da solo. È costituita da tre parti : Protocollo -> parte iniziale, relativamente variabile, che ha lo scopo di asserire che a Dio Padre, per mezzo di Gesù Cristo, spetta il ringraziamento di tutta la Chiesa - Embolismo -> parte centrale, totalmente variabile, che ha lo scopo di spiegare il motivo per cui a Dio si deve la gloria ed il ringraziamento di tutta la Chiesa - Escatocollo -> parte finale, totalmente standardizzata, che lo scopo di introdurre il Santus. È una preghiera di carattere dossologico, ovvero è un rendimento di grazie a Dio per le meraviglie che ha operato e continua ad operare nella Storia della salvezza. Si conclude con il canto del Santo. Il Rito latino ha molti prefazi, che si adattano al carattere del tempo liturgico o alle celebrazioni del santorale. Prima della riforma liturgica si anteponevano all'unica preghiera eucaristica, l'attuale preghiera eucaristica prima. Nell'edizione del Messale Romano posteriore al Concilio Vaticano II le preghiere eucaristiche sono quattro, più altre varie in appendice (aggiunte nel messale italiano nella seconda edizione).  Alcune di esse hanno un prefazio proprio, in linea con il tema della preghiera eucaristica. È significativo il caso della seconda preghiera eucaristica, che è un antico testo romano del II secolo, originariamente senza Sanctus, e che stata adattata alla struttura attuale facendo alcune piccole variazioni e introducendo appunto il Santo prima della consacrazione. Le chiese orientali non hanno la varietà di prefazi del rito latino, ma ha invece una certa varietà di preghiere eucaristiche, ognuna con il suo proprio prefazio, chiamato anafora.

[8] Epiclesi, nell’antica Grecia, nome con cui era invocato il dio all’inizio di una preghiera. Nella messa di rito cattolico, invocazione dell’intervento divino durante la celebrazione eucaristica.

[9] Il Vescovo, nel cristianesimo, è il responsabile (pastore) di una diocesi ed è considerato successore degli apostoli. La parola viene dal greco epìscopos (επισκοπος), che significa "supervisore". Alcune chiese cristiane usano la traduzione invece della traslitterazione della parola greca, in corrispondenza di un servizio simile a quello dei vescovi cattolici. La chiesa-edificio da cui un vescovo esercita il suo magistero è detta cattedrale.

[10] Per dossologia nella liturgia cristiana si intente di solito un breve verso che glorifica Dio; la parola deriva dal greco  Doxa (Doxa), che significa gloria. Dobbiamo distinguere due tipi di dossologia, una maggiore (doxologia maior) e una minore (doxologia minor). Nell'uso della Chiesa cattolica la dossologia maggiore è il Gloria in excelsis Deo della messa. La forma più breve, che è quella a cui si ci riferisce in genere con il nome di “dossologia”, è il Gloria Patri. Essa è completata da una risposta che produce come effetto l’idea che questa gloria durerà per sempre.

[11] Il Padre Nostro (in latino Pater Noster, in greco (Πάτερ neμoν) è la più conosciuta delle preghiere cristiane. È chiamata "Padre Nostro" dalle parole iniziali della preghiera, oppure "Preghiera del Signore". Secondo quanto riportato nel Vangelo secondo Luca 11,1 la preghiera fu insegnata da Gesù ai suoi apostoli quando, in occasione di un momento in cui egli si era ritirato in preghiera, gli apostoli stessi gli chiesero che insegnasse loro a pregare, così come Giovanni Battista aveva insegnato ai suoi discepoli.

[12] Embolismo: (da embállô = interpongo) orazione che riprende e sviluppa un’altra orazione precedente. È un embolismo ad es. il “Liberaci, o Signore…” che segue immediatamente il Padre nostro della Messa e ne sviluppa l’ultima domanda (… ma liberaci dal male). È pure un embolismo la parte centrale e variabile del prefazio.

[13] Nella liturgia cattolica, l'ostensione è l'esibizione ai fedeli di reliquie, oggetti sacri o ostie consacrate.

[14] Il diacono è il ministro immediatamente inferiore al presbitero nell' Ordine sacro delle chiese cristiane. Nel cristianesimo primitivo il diacono assolveva a un servizio amministrativo e assistenziale ed era subordinato al vescovo. Formatasi la struttura gerarchica, i diaconi furono inferiori solo ai presbiteri e al vescovo, con funzioni di assistenza di quest'ultimo: distribuivano l'eucaristia, leggevano i testi sacri ed erano dediti alla predicazione. Nella prima Chiesa cristiana non mancò probabilmente anche una categoria di diaconesse; il loro ufficio cessò alla fine del Mille, mentre nella Chiesa protestante è stato ripristinato fin dal secolo scorso.

[15] L'avvento è il periodo che nella liturgia cristiana precede il Natale e segna l'inizio di un nuovo anno liturgico dell'anno ecclesiastico occidentale. La parola avvento deriva dal latino adventus e significa venuta ed è preparatorio al Natale. Nel rito romano della Chiesa cattolica dura quattro settimane, in quello ambrosiano sei. L'avvento è presente anche nei calendari liturgici delle chiese luterane e anglicane. In tutte le confessioni questo periodo è contraddistinto da un atteggiamento di attesa del Natale imminente da parte dei fedeli e dal raccoglimento e dalla preghiera per l'accoglienza del Messia che sta per nascere. Nel rito cattolico l'Avvento si compone di due periodi; inizialmente si guarda all'Avvento futuro del Cristo nella gloria alla fine dei tempi, occasione di penitenza; dalla terza domenica la liturgia pone invece l'attenzione sull'Avvento di Cristo nella pienezza dei tempi, con la sua Incarnazione. Nelle chiese ortodosse - in cui viene anche chiamato digiuno della natività, quaresima invernale o di natale - l'avvento dura 40 giorni, a partire dal 15 novembre (28 novembre per le chiese che usano il calendario giuliano[18]), mentre in altre chiese orientali comincia a partire dalla domenica più vicina al giorno di Sant'Andrea (30 novembre) e dura fino a natale.

[16] La quaresima è uno dei tempi forti che la Chiesa cattolica celebra lungo l'anno liturgico. È il periodo che precede la celebrazione della Pasqua, dura quaranta giorni, ed è caratterizzato dall'invito insistente alla conversione a Dio. Sono pratiche tipiche della quaresima il digiuno e altre forme di penitenza, la preghiera più intensa e la pratica della carità. È un cammino di preparazione a celebrare la Pasqua che è il culmine delle festività cristiane. Ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero pubblico. È anche il periodo in cui in catecumeni vivono l'ultima preparazione al loro battesimo.

[17] Sacerdote nella chiesa cattolica e in altre chiese cristiane un ministro religioso che presiede il culto, guida la comunità cristiana, e annuncia la parola di Dio.

[18] Calendario Cesareo o Giuliano. Nell'anno 46 a.C. Giulio Cesare,  su consiglio dell'astronomo alessandrino Sosigene, riformò il calendario: ormai le stagioni erano completamente sfasate e gli aventi che avrebbero dovuto verificarsi in piena estate occorrevano invece in giorni invernali.
Allineare il calendario con le stagioni non fu cosa facile, così l'anno 46 a.C. ebbe una durata di 445 giorni, con 23 giorni aggiunti al mese di Februarius e 67 aggiunti tra Novembris e Decembris. Quell'anno, che prese il nome di Anno della Confusione, riportò l'ordine. L'Equinozio di Primavera fu fissato al 25 Marzo.
Cesare stabilì che ogni anno avrebbe avuto 365 giorni e ogni 4 anni si sarebbe verificato un anno bisestile in cui Februarius avrebbe avuto 30 giorni invece dei soliti 29. Inoltre l'inizio dell'anno venne spostato da Martius a Januarius. Il senato decretò che il settimo mese avrebbe preso il nome dal riformatore del calendario cambiando il suo nome da Quintilis a Julius. Successivamente, per ordine di Augusto, il sesto mese cambiò il suo nome da Sextilis in Augustus e Februarius passò da 29 a 28 giorni, mentre ad Augustus venne aggiunto un giorno in modo che la sua durata guale a quella del mese dedicato a Giulio Cesare: questa è la ragione per cui Luglio e Agosto sono gli unici due mesi di 31 giorni consecutivi.